La mente dello scrittore

25/12/11



Mi chiedono a volte come funziona la mente dello scrittore. Io evito di rispondere, non mi sento abbastanza scrittore. Ma oggi voglio prendere coraggio. La gente pensa che la dimensione del racconto sia una vernice che si applica sulla realtà per trasformarla in racconto. Non è così, la mente dello scrittore vede nella realtà delle cose che gli altri semplicemente non vedono e su queste inizia a tessere il racconto.
Un esempio: un giovane cliente diede un passaggio a me e altri due colleghi. Al termine del breve trasferimento chiesi ai colleghi se avessero notato anche loro che il nostro autista conservava nell’aletta parasole della sua macchina delle schedine di Superenalotto, una penna e una calcolatrice ultrapiatta. Non l’avevano notato. Successivamente, conoscendo meglio il cliente, potei verificare che quell’insolito archivio verso cui mi avevano guidato le mie vibrisse portava a sua volte ad una situazione molto interessante da un punto di vista narrativo: egli viveva con l’anziano padre-padrone che controllava tutto il tempo libero e lo costringeva non di rado a passare le domeniche a fare la conserva di pomodoro. Il gioco del Superenalotto era quindi per lui la speranza di potersi rendere indipendente e per ovvi motivi non poteva conservare quell’armamentario in casa.
La mente dello scrittore coglie il segnale impercettibile e lo insegue con pazienza e determinazione fino a arrivare a dissotterrare il diamante nascosto sotto il fango. Credo questo: la funzione dello scrittore è come quella del lombrico che divora gli scarti della società e li restituisce alla società sotto forma di materia vitale, riutilizzabile.
E’ fin troppo ovvio che si tratta di un gioco pericoloso, che può sfuggire di mano.  oltre i quali la cosa diventa d’interesse per lo psichiatra di guardia al Pronto Soccorso piuttosto che per il proprio editore.
La mente regolare riceve gli stimoli esterni e li smista lungo solide piste di rame verso la zona giusta del cervello che provvede a elaborarle. La mente dello scrittore non ha le piste in rame ma cavi smangiucchiati che producono di continuo imprevedibili falsi contatti. Il segnale, vero, viene incasellato nel punto sbagliato. Un occhiale con la montatura più grossa del solito finisce nella casella “cantanti di Fado”. E una bambina che sta passando in bicicletta finisce nella casella: “da adulta assomiglierà moltissimo alla mia vecchia maestra di tedesco..." Questo meccanismo apparentemente assurdo e dissipatorio è alla base, nel mio caso, della creatività.
Per evitare figuracce non c’è che uno stretto auto controllo e il costante confronto con gli altri. Perché mi auto-convinco che il racconto sia la realtà, e il punto di virata resta invisibile anche a me stesso. A volte mi è davvero difficile capire in quale punto la vicenda reale è partita sulla tangente del racconto. Devo esplorare a ritroso quella che mi sembra una storia perfettamente credibile per trovare la piccola cunetta che ha originato lo scarto laterale.
L’ispirazione che va a buon fine, cioè che arriva sulla pagina scritta, varia dall’uno per cento all'uno per mille di tutte le idee che si affacciano alla mia coscienza. Le altre finiscono perdute, a volte rimangono disponibili solo pochi secondi, e nemmeno se vado in giro col taccuino in tasca riesco a fermarle. All’inizio, mentre cavalcavo l’onda di un'ispirazione, mi veniva persino la febbre.  Passata la febbre, se tornavo a rileggere non riconoscevo ciò che avevo scritto. Col tempo ho imparato a gestire questo stato creativo, a usare continuamente freno e acceleratore. Ad allontanare gli elettrodi quando l’energia che vi scorre rischia di fonderli. Non riesco mai a dominare completamente questa forza, mi capita di essere così dentro a quello che scrivo da ridere a crepapelle oppure commuovermi quando mi rileggo. Una volta creati i personaggi, li lascio piuttosto liberi di esprimersi, li osservo muoversi e parlare. E’ importante che ciascuno parli la sua propria lingua, non c’è di peggio che  un romanzo dove tutti parlano allo stesso modo, cioè come parla lo scrittore.
Per capire come parla la gente non c’è metodo migliore che andare dove c’è la gente: mercati, centri commerciali, Mc Donald's. Il mio target è chiaro: reddito basso, possibilmente più generazioni insieme. Individuato il gruppo, lo seguo con discrezione. Osservo i loro gesti, le espressioni e la divisione familiare dei ruoli (quasi sempre incredibilmente rigida). memorizzo i loro dialoghi e li uso a volte in quello che sto scrivendo. Questi personaggi sono in realtà molto intelligenti,lo si vede dall’abilità cui sbancano i giochi a premi televisivi ragionando ad alta voce come campioni del mondo di scacchi. E da come alcuni di loro truffano ripetutamente i servizi sociali.
L’istinto va piegato alla fase progettuale, occorre vedere prima nella propria mente. Per scrivere il mio secondo romanzo ho fatto una cosa che prima di dava orrore: gli schemi. Ho iniziato dall’indice, in questo modo ogni cosa che scrivo finisce da subito al posto giusto. Questo non diminuisce la creatività. Al contrario, sapere dove voglio arrivare mi permette di concentrami sul come arrivarci.
Non sarei maturato come scrittore se non avessi fatto il giornalismo. I tempi serrati e la necessità di scrivere senza errori mi hanno innanzitutto insegnato a separarmi dal mio scritto senza ruminarlo all’infinito. C’è un legame affettivo quasi incestuoso tra scrittore e scritto e occorre imparare a troncarlo. Il continuo cambio di soggetto della “cronaca bianca generica” mi ha insegnato a cambiare registro, a usare di più le marce. Si passa dai prezzi della frutta al funerale di un parroco illuminato. Questa agilità continua serve per confezionare ogni volta qualcosa che il lettore possa voler leggere. Le interviste, che amo molto, sono una cosa ancora diversa: qui hai in mano la dignità dell’intervistato, non ci puoi giocare. Sono orgoglioso di avere traghettato molte persone ad affrontare per la prima volta in vita loro un mezzo di comunicazione di massa. In molti mi hanno chiamato la mattina dopo per dirmi: “...hai scritto proprio quello che volevo dire!”. Mi sono avvicinato tramite il giornalismo a conoscere quelli che sono i gusti del pubblico. Il pubblico apprezza i toni realistici, il pathos, il dramma e le sensazioni. Non serve nemmeno chiedere “volete l’olio normale o quello piccante?” Il pubblico vuole sempre e solo quello piccante. Qui bisogna fare attenzione: bisogna tenere a bada la vanità e non farsi portare verso il grottesco, verso la caricatura. A non farsi piantare i denti nella giugulare. Non ne hanno mai abbastanza, forse è la televisione che li ha viziati, vorrebbero essere presenti e vedere e sentire quello che hai visto tu, come reporter. Lettore e reporter devono restare invece due mestieri distinti.
Qualche volta il diamante non ha bisogno di essere dissotterrato e si presenta già pulito, già tagliato. Sono i rari colpi di fortuna oppure il segnale du un incerto stato stato di grazia, a seconda dei punti di vista. Mi trovavo in Piemonte a pranzare nella sala enorme di un ristorante. Oltre a me c’era solo una coppia di anziani. La signora sedeva in sedia a rotelle e aveva a sè accanto il sostegno con la bombola a ossigeno e i tubi che le entravano nel naso. Senza dire una parola, gustavano con attenzione ogni singolo boccone. Dalla finestra sopra di loro scendeva a illuminarli un fascio di luce bianca, onirica. Non lo sapevamo con certezza, eppure lo sapevamo tutti. Lo sapevo io, lo sapeva il timidissimo cameriere con la sua calvizie che arrivava fino alla nuca, lo sapeva il cuoco e lo sapevano i due anziani: quello era un momento incredibilmente solenne, quella era l’ultima volta che pranzavano insieme in un ristorante. In casi come questo la narrazione è bella che pronta, non bisogna aggiungere niente che non ci sia nella scena originale. Bisogna solo saperla vedere.
Del blog, che è un vero e proprio mezzo espressivo apprezzo soprattutto la possibilità di tornare sui miei passi e correggere qualcosa che ho già pubblicato. Aggiungo qualcosa e tolgo qualcosa. La lettura a freddo mi fa sempre scoprire delle imperfezioni che mi erano sfuggite. E’ una ricerca del vecchio rapporto incestuoso tra scrittore e scritto, me ne rendo conto. Mi chiedo poi quanti grandi romanzi sarebbero rovinati dai loro stessi autori se avessero avuto anche loro questa possibilità.

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